Cincinnato riconsegna il fascio, simbolo del potere, e prende l'aratro.
Lucio Quinzio Cincinnato (Lucius Quinctius Cincinnatus), era nato prima della Repubblica Romana, intorno al 520 a.C. Fu console nel 460 a.C. e due volte dittatore, nel 458 a.C. e nel 439 a.C.
La data di nascita non è precisa ma sappiamo da Tito Livio (“Ab Urbe condita" – libro IV, 13) che aveva passato gli ottant'anni quando fu creato dittatore per la seconda volta.
Cincinnato era un esponente di spicco della Gens Quinctia che, anche se non facente parte delle prime gentes organizzate da Romolo, era stata cooptata a Roma all'epoca della conquista e distruzione Alba Longa da parte dei romani sotto Tullo Ostilio.
Della vita e della carriera politica di Cincinnato si hanno notizie soprattutto da Tito Livio che ne offre una visione abbastanza neutrale, pur se tendente all'agiografico quando lo definisce "Spes unica imperii populi romani" (ultima speranza per il potere del popolo romano) (“Ab Urbe condita – libro III, 26).
Il primo Quinctius salito al rango di console a Roma fu Tito Quinzio Barbato negli anni 471 a.C., 468 a.C. e 465 a.C.; era il fratello di Lucio Quinzio Cincinnato (cognomen che significa "Riccioluto"). Certamente il fatto che Quinzio Barbato fosse assurto al rango consolare facilitò l'ascesa politica di Cincinnato che a sua volta fu scelto tre volte dai romani come guida dello Stato.
La carriera politica
Il consolato
La prima elezione di Cincinnato ai massimi livelli politici avvenne nel 460 a.C. Lucio Quinzio fu eletto Consul Suffectus (supplente) in sostituzione del console Publio Valerio Publicola che era caduto durante la riconquista del Campidoglio occupato dai ribelli guidati da Appio Erdonio.
Secondo gli annalisti, Cincinnato si era dedicato ad una vita di agricoltura e sapeva che la sua partenza poteva rendere povera la sua famiglia se in sua assenza i raccolti non fossero stati curati.
Secondo Tito Livio, lo storico padovano del I secolo viceversa, Lucio Quinzio si era visto costretto in un podere di quattro iugeri fuori Roma e oltre il Tevere, i Prata Quinctia, perché gli erano rimaste le sole inalienabili terre di famiglia; aveva dovuto, infatti, vendere tutti i suoi beni per pagare una pesante cauzione. Il figlio, Cesone Quinzio, dopo un processo per omicidio (in realtà un processo politico) basato sulla testimonianza dell'ex Tribuno della plebe Marco Volscio Fittore aveva scelto la fuga in Etruria, con ciò costringendo il padre a risarcire i mallevadori.
La descrizione che alcuni fanno di Cincinnato come agreste coltivatore, si scontra con l'acume politico e giuridico che questi dimostra nel corso di questo suo mandato. Lucio Quinzio fu eletto suffectus nel dicembre del 458 a.C. e la maggioranza dei senatori (patrizi, quindi) si era battuta per questo. I plebei erano intimoriti dal fatto di vedere al rango consolare una persona che nutriva un grande risentimento contro di loro per l'esilio del figlio Cesone Quinzio e per la sua stessa situazione finanziaria. E non avevano del tutto torto; Cincinnato prese a difendere il figlio Cesone, ad attaccare i tribuni della plebe (per quei loro atteggiamenti quasi da "re"), ma anche ad arringare il Senato che permetteva quel lassismo nei costumi. Il tribuno della plebe Aulo Virginio, che aveva organizzato il processo a Cesone fu pesantemente attaccato e paragonato al nemico Appio Erdonio.
Oltre a questa difesa del figlio e a questo attacco al tribuno, quasi obbligatori, Lucio Quinzio informò il popolo romano che, assieme al collega stava organizzando la guerra ai soliti nemici: gli Equi e i Volsci. L'obiezione dei tribuni fu che non poteva radunare l'esercito senza il loro consenso, ma Quinzio ribatté:
“Ma noi non abbiamo bisogno di alcuna leva, perché quando Publio Valerio diede le armi alla plebe per riconquistare il Campidoglio, tutti hanno giurato di radunarsi agli ordini del console e di non sciogliersi mai senza suo ordine. Quindi ecco il nostro editto: voi che avete giurato, dovete trovarvi domani presso il lago Regillo”
Questa convocazione toglieva un'arma potente dalle mani dei tribuni della plebe. Il popolo convocato in armi per deliberare al di fuori del pomerio, costituiva i cosiddetti "comizi centuriati", un'assemblea legislativa militare con il potere di abrogare quanto in città, all'interno del pomerio, veniva deciso dal potere politico civile. I maneggi dei tribuni della plebe, che in quel periodo stavano cercando di far approvare la Lex Terentilia, si sarebbero scontrati con le decisioni prese da cittadini forzati a votare in modo non libero in quanto costretti da giuramento a seguire le leggi militari, a tutto vantaggio del patriziato che avversava l'approvazione di tale legge (scarpe grosse e cervello fino?).
Cincinnato, alla fine "si rimise alla volontà del Senato" (cioè della "sua" parte politica) e il senato sentenziò, abbastanza equilibratamente, che la legge non doveva essere votata (cosa che interessava al patriziato) ma che l'esercito non doveva essere convocato. In più i magistrati e i tribuni della plebe non avrebbero più potuto essere rieletti. I consoli non ripresentarono la candidatura ma i tribuni della plebe si ripresentarono fra le proteste dei patrizi che, per ripicca volevano rieleggere Cincinnato. Fu lui stesso a rifiutare con un discorso che riportava i senatori al rispetto delle decisioni prese, in contrapposizione alla malafede della plebe.
Furono eletti consoli Quinto Fabio Vibuleno per la terza volta e Lucio Cornelio Maluginense. Cincinnato ritornò alle sue rurali occupazioni assieme alla moglie Racilia.
L'anno seguente Roma ebbe ancora bisogno di lui.
La prima dittatura
Il console Lucio Minucio Esquilino Augurino era rimasto assediato all'interno del suo accampamento durante le operazioni di guerra che i romani avevano portato agli Equi. Nemmeno l'altro console, Gaio Nautio Rutilo, che pur stava vincendo contro i Sabini sembrava in grado di fronteggiare la situazione. Nei momenti di grave crisi Roma eleggeva un dittatore con pieni poteri: per unanime consenso fu deciso di eleggere Lucio Quinzio Cincinnato.
È il famoso l'episodio, raccontato da Livio e altri storici, dei senatori che si recano ai Prata Quinctia dove trovano Cincinnato che sta lavorando manualmente la terra. Lo pregano di indossare la toga per ascoltare quanto stanno per dire. Racilia viene inviata alla capanna per recare l'indumento. Cincinnato si deterge il sudore, si riveste e i senatori lo pregano di accettare la dittatura.
Cincinnato accettò e ritornò a Roma attraversando il Tevere su una barca "noleggiata a spese dello Stato" (con quale mezzo e a spese di chi i senatori avevano compiuto il viaggio di andata?). Cincinnato, che nel frattempo era stato erudito sulla situazione militare, viene accolto dai tre figli, parenti, amici e - Livio dice - "dalla maggior parte dei senatori". È questo forse un indice che il consenso all'elezione non era stato del tutto unanime? Oppure qualche senatore non aveva tempo per Cincinnato?
Sempre secondo il racconto di Livio il neo dittatore, preceduto dai littori fu "scortato a casa" dalla folla degli amici.
Tito Livio racconta così (“Ab Urbe condita” – libro III – 20): “Accorse in massa anche la plebe, la quale però non era altrettanto lieta di vedere Quinzio, sia perché giudicava eccessiva l'autorità connessa alla dittatura sia perché, grazie a tale autorità, quell'uomo rappresentava per loro un'accresciuta minaccia. E quella notte a Roma, tutti vegliarono”.
Ma Cincinnato si dimostrò al di sopra di meschine ripicche. Il giorno seguente prese in mano la direzione delle operazioni e in poche ore radunò l'esercito e lo condusse con marcia forzata al soccorso dei concittadini assediati nel loro stesso accampamento.
Quella stessa notte iniziò la battaglia del Monte Algido che vide gli Equi completamente, anche se non definitivamente, sconfitti.
Cincinnato, una volta liberato l'esercito che era assediato, distribuì il bottino e le punizioni ai soldati e al console incapace. Il bottino andò ai suoi soldati, Lucio Minucio depose la carica di console e rimase in armi al comando di Quinzio, ai soldati soccorsi non toccò nulla avendo rischiato di essere loro stessi preda. Questo - a detta di Tito Livio - non creò malumori, tanto che a Lucio Quinzio venne donata una corona d'oro da una libbra.
Sempre Tito Livio attribuisce ai "tempi" questo comportamento. Forse, però i tempi non erano proprio così sobri e coperti da romana gravitas. La carica di dittatore poteva durare fino a sei mesi e nessuna altra magistratura o assemblea aveva i poteri di far decadere il dittatore; Cincinnato, celebrato il trionfo, dopo soli sedici giorni, rinunciò alla dittatura e tornò privato cittadino.
La "rapida" restituzione della sua autorità assoluta con la conclusione della crisi viene citata spesso come esempio di buona direzione, di buon servizio al pubblico, di virtù e di modestia. Ma leggiamo con attenzione le righe di Tito Livio: nello stesso giorno del rientro in città Cincinnato celebra il trionfo, la gente fa baldoria per le strade, al tusculano Lucio Mamilio, che aveva aiutato l'Urbe, viene conferita la cittadinanza romana.
(Tito Livio): “A quel punto il dittatore sarebbe uscito subito di magistratura, se non l'avesse dissuaso l'imminenza del comizio che doveva discutere della falsa testimonianza di Volscio. Il timore che Cincinnato incuteva distolse i tribuni dal fare opposizione. Volscio fu giudicato colpevole e mandato in esilio a Lanuvio”.
Una forma di autodifesa, dunque, opportuna e comprensibile.
In politica, comunque
Cincinnato, comunque, ritorna ad arare il suo terreno e condurre una vita fuori dall'agone politico. Ma non del tutto. Nel 450 a.C. ritroviamo Lucio Quinzio con il fratello Tito che si batte inutilmente contro Appio Claudio il Decemviro il quale “giocando tra le coalizioni, fece si che non risultassero eletti i due Quinzi, Capitolino e Cincinnato... “ (Tito Livio – “Ab Urbe condita” – Libro III, 35)
Nel 445 a.C., cinque anni dopo la liberazione di Roma dal nefasto governo dei Decemviri, Gaio Canuleio presentò la sua legge per abrogare il divieto di matrimonio fra patrizi e plebei, imposto proprio dai Decemviri con le Leggi delle XII tavole. È la famosa Lex Canuleia. Quando alla fine venne approvata i patrizi si divisero sulla soluzione del problema arrivando perfino, con Gaio Claudio, zio dell'Appio Claudio il Decemviro, a ipotizzare l'azione armata dei consoli contro i Tribuni della plebe che erano, fin dalla loro creazione, dichiarati sacrosancti, cioè intoccabili e protetti dagli dèi. I due Quinzi, Tito Capitolino Barbato e Lucio Cincinnato si opposero al sacrilegio.
(È quindi chiaro che Cincinnato, a circa 75 anni, non aveva abbandonato la politica attiva).
La seconda dittatura
Nel 439 a.C., su indicazione del fratello Tito Capitolino Barbato al suo sesto consolato, viene eletto dittatore per la seconda volta. Il presunto tentativo di Spurio Melio di farsi nominare "re" (titolo aborrito dai romani dopo la caduta dei Tarquini) richiedeva un magistrato con le mani più libere e poteri più ampi dei consoli. La nomina di Lucio Quinzio con la successiva scelta di questi di nominare Gaio Servilio Strutto magister equitum permette l'eliminazione del presunto "golpista" senza intaccare la figura pubblica del console e senza uscire dal dettato costituzionale. Gaio Servilio, inviato dal dittatore a condurre Melio al processo, lo uccide durante il tentativo di fuga dell'imputato e il patriziato romano viene liberato da un pericolo. (Straordinario come dopo circa duemilacinquecento anni le motivazioni di certe morti siano ricorrenti).
A quanto riporta Tito Livio (“Ab Urbe condita” – libro IV, 14) il dittatore, alla notizia dell'uccisione esclamò: “Gloria a te, Gaio Servilio, che hai liberata la repubblica.”
Cincinnato spiegò poi al popolo riunito che l'azione era legittima: “...anche se fosse stato innocente dall'accusa di aspirare al regno, Melio non aveva risposto alla convocazione del dittatore portata dal maestro della cavalleria...” (… e poi non stava nemmeno tanto bene – mi verrebbe da aggiungere)
Indubitabilmente l'obbedienza al dittatore dei romani doveva essere "pronta e assoluta". Questa dittatura, però, e questa decisione provocarono moti e tumulti della plebe e favorì la sempre più utilizzata elezione di Tribuni consolari al posto dei consoli veri e propri, favorì l'incremento del potere della plebe impegnata nel conflitto degli Ordini con il patriziato e la parificazione dei diritti della plebe nell'accesso alla più alta magistratura dell'Urbe.
In conclusione tra leggenda e realtà ce ne corre assai …